Lettere al primo Amore (1881-1883)

Il gigantesco fondo di cinquecento lettere – dono di Martino Zanetti, generoso amico del Vittoriale – racconta il primo e l’ultimo grande amore di Gabriele d’Annunzio. Il primo è testimoniato da 232 lunghissime lettere, scritte da d’Annunzio fra il 1881 e il 1882 a Giselda Zucconi (ribattezzata presto Elda o Lalla), figlia di Tito, docente di lingue al collegio, poeta e traduttore di poesia con il vanto di trascorsi garibaldini. Invitando più volte lo stimato allievo nella propria villa fiorentina, lo Zucconi è il primo responsabile della prevedibile storia d’amore. La ragazza, che ha un anno meno di d’Annunzio, unisce a un’intelligenza viva e sensibile le doti non meno seducenti di due “occhioni erranti, misteriosi e fondi come il mare”, facili a infiammarsi. Elda è la musa vivente di cui Gabriele ha bisogno per la sua poesia, prima ancora che per la sua vita. In un anno e mezzo le scrive centinaia di missive, per lo più da Roma, dove si sta trasformando da collegiale di provincia a incantatore del mondo. E’ un epistolario sterminato e roboante, di confessioni d’amore, esaltazioni sensuali, promesse di fedeltà eterna, infervorate rassicurazioni sulla profondità di un amore unico e irripetibile: tutti ingredienti amalgamati in lettere, poetiche e sincere, esagerate e romantiche, retoriche e passionali al tempo stesso. In questo primo amore, come in quelli successivi, complessi e autentici o fatti solo di senso e di carne, il poeta infonde tutto se stesso. Sono i primi, eloquenti passi della spettacolarizzazione della sua vita, non ancora clamorosa ma già trasfigurata e fatta sublime da questo continuo traboccare di sé, dall’euforia e dal trasporto in cui si traducono atti e parole, realtà e fantasie immaginifiche. Il risultato è che Giselda, creatura pur non sprovveduta, rimane travolta dallo spasimo con cui Gabriele l’ha eletta “adoratissima ispiratrice”.

Nella lettera del 20 marzo 1882 d’Annunzio a proposito di sé scrive: “E’ fatale che io debba vivere così, sempre in agitazione, in un’irrequietezza indescrivibile, assetato di desiderio, di mille desideri l’uno più strano ed alto dell’altro, dilaniato dall’amore, torturato dall’arte, pazzo sognatore che reco il cuore palpitante tra la folla impassibile, e cerco come per fatalità, in nuove cose tormenti nuovi, e vivo nel disordine, e lavoro con la stessa foga con cui tiro di spada, o poltrisco in torpori lunghi e spossanti, e languo nelle penombre lente dei salotti, e bevo avido l’aria vasta e la fulgida luce, prodigo, scialacquatore, temerario, generoso, affettuoso, innamorato di te, triste, gaio, da un’ora all’altra, indomabile e indomato.” È spiegato, in poche parole, tutto ciò che Gabriele d’Annunzio vorrà essere e sarà.

L’amore si consuma in un anno e mezzo. Al ritorno di d’Annunzio dal soggiorno in terra d’Abruzzo l’amore per Elda non era più. Altri eventi altre donne si apprestavano al giovane poeta sempre più a suo agio nella Roma Umbertina. Ritroviamo Lalla, quarant’anni, dopo sposata a un professore di disegno e con un figlio. Per superare alcune gravi difficoltà economiche si rivolge all’antico amante, già al Vittoriale, implorando l’autorizzazione a pubblicare il loro carteggio d’amore. Nell’ultima lettera, datata 1926, lei scrive: “Perché dobbiamo tener nascosto a tutti e chiuso in un cassetto come cosa negletta, questa tua meravigliosa prosa che, conosciuta, accrescerebbe, se pure possibile, gloria alla tua gloria e darebbe a me un senso d’ineffabile orgoglio? La mia esistenza fatta tutta di dolore e di rassegnazione avrebbe forse un’ultima scintilla luminosa. Da te mi venne la prima grande gioia della mia vita: fa sì che sul tramonto di questa grama esistenza io possa avere ancora una gioia ed essa mi sia data dal tuo consentimento”. D’Annunzio non le dette il permesso, probabilmente non ritenendo che la sua prosa giovanile avrebbe aggiunto lustro alla sua fama.

Prof. Giordano Bruno Guerri, Presidente de Il Vittoriale degli Italiani

N.5

Roma, 6 Dic. 81

Mia buona, mia povera, Elda, mio povero angelo.
Son tornato proprio ora su a casa, ho cercata fra le altre lettere la tua, l’ho aperta con quella commozione ch’io provo sempre immancabilmente quando riconosco i tuoi caratteri o quelli del babbo, e l’ho letta, e mi son sentito tanto male, ho avuta una stretta al cuore.
Tu sei triste triste, e mi dici delle cose ch’io comprendo troppo bene e che mi straziano.
Perché da qualche giorno fai tanto uso di puntini e di linee sotto certe parole?
Perché? Dubiti forse?
Di che?
Oh, ti prego, ti prego con tutta l’anima.
Elda, con tutta l’anima ti prego di non tormentarmi così ferocemente. Ma tu non sai che mi rendi disperato?
Se io ora, dopo che tu hai sofferto tanto per me, dopo che tu hai versate tante lacrime, dopo che tu hai versato tanto sangue di cuore, se ora io venissi a dirti più o meno velatamente: = Tu cominci a non amarmi più! = di’, Elda, che faresti?
– Io t’adoro t’adoro t’adoro sempre, sovrumanamente, inesprimibilmente, e per te soffro e combatto e piango e voglio che tu lo creda, voglio che tu non mi offenda più né anche col minimo velo di dubbio.
– Farò tutto quel che vuoi, ti scriverò ogni giorno, ogni ora pur che tu mi dia un sorriso, pur che tu mi dica una parola ilare, serena…
Addio, addio.
Son tuo, son tuo, soltanto tuo, e per sempre, e per sempre, Elda addio

Gabriele

N.11

Roma, Via Borgognona, 44 rosso, 4° piano.

Mia mia divina, mia divina Elda!

Ti scrivo, ti scrivo dopo tanto, ti scrivo con le lacrime agli occhi, con mille sospetti nel cuore, con un’angoscia indicibile, con un desiderio ardentissimo delle tue parole d’amore, de’ tuoi baci, delle tue carezze.

– Che fai, come stai? Come stai, o mia povera Elda, o mio povero angelo?

Sono qui a Roma da una diecina di giorni, di giorni d’inferno, senza poterti scrivere un rigo, senza poterti dire che io t’adoro, t’adoro disperatamente sempre, che penso a te sempre, che t’ho sempre nell’anima.

E’ un tormento atroce, senti, per me ora questo dubbio: chi sa che tristi, che buie fantasie ti avran traversata la mente! Chi sa che avrai pensato di me, del mio amore, chi sa!

Forse, forse tu ora sei affranta, sei malata. –

Oh, Elda, se mi vuoi bene ancora, dimmi dimmi tutto, raccontami tutto, non mi nascondere nulla!

[…]

N.19

14 gennaio 82

Mia divina Elda!

Oggi è una di quelle giornate in cui mi sento come naufrago in un oceano di tedio e di malinconia, in cui sento di più la mia solitudine e la mia lontananza da te, Elda divina!

Sono stato sempre qui a casa dopo essermi levato tardissimo; e qui non m’è riuscito di far nulla fuor che di scrivere una lettera al babbo… Ho cominciato dieci cose, ed ho smesso subito nauseato: sono stato lì sulla poltrona lungamente in una inerzia triste, pensando a te, stemperandomi in un desiderio senza fine…

Proprio, vedi, mi pare che mi manchi qualche cosa necessaria a vivere; mi pare di sentirmi venir meno a poco a poco […]

Ho letta tante tante volte la tua lirica d’oggi, la tua lirica piena riboccante d’amore. Ti ringrazio, ti ringrazio mille volte, angelo mio, luce mia, divinissima Elda mia!

– Ma perché, ma perché – io mi domando piangendo – ma perché dobbiamo essere lontani? O, essendo lontani, perché dobbiamo volerci cos’ disperatamente bene?

O Elda, Elda, Elda mia!

Gabriele

N.36

Mia divina, mia fata!

Ma che strana creatura sei tu? Ma come fai, Elda, come fai a scuotermi così profondamente tutte le più intime fibre del cuore? Tu hai un fascino indefinibile, un fascino che mi trascina, che mi esalta, che mi avvolge tutto e mi strappa gridi di passione, fremiti d’amore, aneliti di gioia sovrumani…

– Che dirti della tua lettera di stamani?

Credi, sono ancora sotto quell’impressione potentissima e non so dirti nulla, e mi sento tremar tutte le vene…

– L’ho letta venti volte con una commozione sempre crescente; parevo folle; sono andato girando tutta la mattinata come uno smemorato; son rientrato ora, ho riletta la tua lettera…

Ma ci hai messo dentro un filtro fatale? Io non so. Ti scriverò domani, ora non posso; ora non posso che ripeterti con la voce strozzata…

Divina, divina, divina, ti adoro, son tuo tuo tuo disperatamente eternamente tuo, divina divina divina!

Addio, addio. Perdonami, ma io mi sento venir meno.

Gabriele

N.81

Roma, 27 Marzo 82

Mia bella bella bella bimba, eccoti un bacio così lungo e fremente e sonoro che la mamma farà gli occhiacci e sorridendo di quel suo divino sorriso ci dirà che bisogna mutar sistema…

Non dar retta alla mamma, sai? Rendimene cento altri di baci e tutti l’uno più lungo, l’uno più caldo, l’uno più sonante dell’altro…

– Come son contento di questa tua letterina luminosa, Elda mia! Mi par di vederti con codesto tuo viso pallido irradiato da due occhioni fulvi grandi così, irradiato dal riso indescrivibile della tua bocca, un riso che mi penetra giù nell’anima con il suo tremolio argentino e con il suo splendore di garofano sboccinate.

[…]

N.82

Roma, 28 Marzo 82.

Vedi, piccola tigre tremenda, vedi, quando ho letta la tua scoppiettante scintillante sfolgorante lirica e mi sono inebriato della tua gioia infantile e del tuo divinissimo amore, vedi, m’è saltata addosso una frenesia così furibonda, e fremiti così lunghi e selvatici m’han corso le vene e desideri così ardenti mi han divorata l’anima che se tu fossi stata lì, per tua disgrazia, tu non ne saresti uscita viva, te lo giuro…

– Che pazze cose ho pensato! Avrei voluto essere con te, solo, a questa splendida biondissima luce di marzo, in una prateria infinitamente verde e stellata di fiori; e inseguirti alenante, e raggiungerti, e bruciarti il corpo co’ i miei baci più ardenti del sole, e ricoprirti di manate di fiori, ricoprirti seppellirti in una tomba fresca e odorosa, o maga, o dea, o mia suprema gioia e tormento supremo mio!

[…]

N.129

Elda, Elda mia!

Sono stato finora qui a pensare a te, ad adorarti divinamente nell’anima mia, a cercar di godere ancora un atomo di quelle ebrezze con l’intensità del ricordo; e poi a torturarmi il cuore con le ansie, con le fantasie paurose, rileggendo le pagine ardenti e disperate della tua lettera, e aspettando la risposta al telegramma mio.

– Sono le tre del pomeriggio, ho avuto proprio ora il telegramma da Firenze, e mi son calmato un poco…

– Io non so, tutto ciò che è tuo, tutto ciò che ha con te anche una lontana relazione, tutto ciò che ti rammenta, tutto ciò mi dà una commozione profonda e indescrivibile, e mi fa tremare come una foglia, e mi muove il pianto…

– Questo telegramma l’ho tenuto dinanzi agli occhi lungamente, senza saziarmene; questa lettera l’ho tenuta sulle labbra non so quanto, e con le labbra cercavo avidamente qualche segno delle tue dita, cercavo con le nari l’odore di te, cercavo te te te, sempre te –

– Che eccitazione terribile è in tutto l’essere mio! Io non posso, né so rivolgere da te il mio pensiero né meno un brevissimo brevissimo istante… Sì, pare anche a me che l’amore mio sia cresciuto spaventevolmente… Ed era sì grande, ed era sì profondo anche prima!

– E’ appena un giorno che siamo lontani: a me pare un tempo infinito. Mi domandano: Quando sei tornato? Io esito a rispondere: Ieri.

Mi par di dire una bugia, mi par d’essere qui, in questa gran solitudine infocata, già da mesi, e sempre con un desiderio feroce di te, di vederti, di baciarti, di stringerti, come se non ti avessi mai più vista, mai più stretta, mai più baciata!

– Iersera, nel chiudere la lettera provai una impressione dolorosissima; non so, mi pareva di non potermene allontanare, avrei voluto scrivere, ancora, scrivere sempre, per illudermi, per credere di parlarti… chi sa!

[…]

N.140

Pescara, 12 luglio, mattina

Mia mia mia mia mia divina!

Ti soffoco dai baci, ti mordo, ti sciolgo i capelli, me li cingo come serpi al collo, t’alzo di peso fra le mie braccia e ti porto correndo, come si porterebbe una bimba, fra le tue grida, fra le tue risa, avventando baci alla cieca, senza curarmi dove cadano, sul viso, sul seno, sulle gambe, sulle mani, da per tutto –

– Ma chi t’insegna, di’, chi t’insegna a scrivere di queste lettere? Chi t’insegna questi incantesimi, queste magie, questi fascini che mi levano il senno, che mi strappano gridi supremi d’amore e di desiderio, che mi fanno tremare e piangere, che mi fanno dimenticare ogni altra cosa, di’, chi te l’insegna? –

– Ieri io non potevo staccarmi da quelle pagine, le leggevo, rileggevo senza saziarmene mai, le bevevo, lasciami dir così!

– Oh, quel sogno, quel sogno, quell’indimenticabile sogno!

– Tu non puoi immaginare, Elda tu non puoi immaginare quel che sentivo, leggendo: dovevo essere pallido come un cadavere, ma dagli occhi dovevano uscire lampi.

– Mia mia mia gentile, mia bella, mia fulgida, mia santa, mia divina, immortale amante!

E, sai!, non mi dir più: no! non è vero!, quando io ti parlo così, non me lo dir più perché mi fai male, perché mi fai venire degl’impeti irresistibili che mi bruciavano l’anima – Ieri tu scrivevi: No, io non sono bella; io solo, lì, come un pazzo, gridavo:

– Sì, sì, sì, bella come una fata, bella come mia dea, bella come il mio più bel sogno di poeta! E ripetevo quelle parole, tremando, e mi soffocava il pianto.

[…]

N.150

’82. 6 Agosto – Francavilla.

Mia divina! Ho qui la tua letterina d’oggi, una lirica ardentissima d’amore e di desiderii; ma quella di jeri dov’è?

Tu non me ne parli, quindi è certo che tu mi scrivesti come al solito. Forse si sarà perduta, in qualche modo; forse l’indirizzo non era preciso; chi sa!

– M’è proprio dispiaciuto tanto, e mi dispiace ancora. Chi sa quante belle cose mi dicevi! Chi sa quante dolci parole!

– Io, piuttosto che perdere una tua lettera, perderei per sempre la più bella delle mie odi, anche un libro intero a cui avessi lavorato tutto un anno faticosamente –

– Le tue lettere, queste meravigliose delicatissime fioriture dell’anima tua, questi piccoli poemi stupendi di armonia e di passione, per me son cose sacre, sono reliquie, amuleti che io vorrei conservar sempre sul cuore –

Qui tu ci sei tutta, ci sei tutta con i tuoi impeti irresistibili, con le tue malinconie profonde, con le tue lacrime, con i tuoi singhiozzi, con i tuoi lunghi desiderii, con i tuoi lunghi sogni, con le tue voluttà profonde, con i tuoi pudori virginali; qui tu ci sei tutta.

Quel gran fascio di fogli, che io ho a casa sul mio scrittoio, è il mio poema intimo, così lo chiamo io;ed è veramente un poema, un poema affascinante e musicale e luminosissimo e umano.

Quando saremo sposi, con che gioia intensa e con che strani palpiti rileggeremo quelle pagine che talvolta paiono scritte col sangue del cuore!

[…]

N.199

Pescara, 11 Settembre ‘82

Mia divina, mia divina, mia divina

La tua lettera azzurra così piena di amore e di premure soavi mi ha fatto un bene indicibile all’anima. L’ho letta e riletta, e l’ho portata con me, sul cuore tutto il giorno.

– Grazie, grazie anche delle dolci parole del babbo e della mamma. Baciali per me, baciali con un impeto di tenerezza, e di’ loro che io mi son sentito salire le lacrime agli occhi leggendo e ho desiderato intessissimamente i loro baci sulla mia fronte impallidita –

– Ora sto meglio, molto meglio

[…]

N.192

Villa, 9 ottobre ‘82

Mia maga, è un mattino freddo e grigio d’inverno. Ieri il sole vendemmiale inondava tutta la campagna e il mare, e mi scaldò per tutta la lunga via. Che cavalcata stupenda nel pomeriggio mite e limpidissimo, in faccia al divino e benigno Adriatico!

– Stamani il cielo è cinereo, c’è nell’aria un’umidità tediosa che s’infiltra nelle ossa –

– Tu che fai? Sei lieta? Hai tu il sole?

– Mi domandi con insistenza se verrò a Firenze in questo mese. Chi lo sa! La miglior cosa è di fare a meno d’ogni promessa e d’ogni termine fisso, così non ci saranno ansie e disturbi.

– Probabilmente il mese di ottobre me lo faranno passare tutto qui; quando sarò a Roma allora vedrò di venire, ma non prometto più nulla, non fisso più nulla, nulla –

– Tu sai che desiderio intenso di te mi tormenta. Io cercherò di rivederti in tutti i modi possibili, quanto prima.

[…]